mercoledì 22 settembre 2010

Avventure di un giornalista praticante alla ricerca di un posto fisso (da impiegato di banca)

* di Roberto Ciuffini

La convocazione è alle 9 di mattina, in una delle sedi della banca. È un bel palazzo nel centro di Roma, a due passi dal Colosseo. Arrivo con largo anticipo, alle 8 sono lì. È ancora tutto chiuso. Sono fra i primi, anche se c’è chi è stato più mattiniero di me. In attesa che ci aprano, provo timidamente a scambiare due chiacchiere con qualche altro ragazzo ma non riscontro una grande voglia di parlare. Sarà la tensione o il sonno non ancora smaltito.


In compenso noto che sono tutti vestiti in modo elegante. Il giorno, del resto, è di quelli importanti: è l’ultimo gradino, la fase finale di una selezione nazionale. Siamo partiti in più di 5 mila e siamo rimasti in 350. Eppure, per la banca, siamo ancora troppi. Il bando parla chiaro: ci sono solo 70 posti.
Ci hanno detto, forse per lusingarci, che siamo stati molto bravi ad arrivare fin qui. Secondo me, però, siamo stati solo fortunati. In fondo riuscire a passare uno di quei test logico-psicologici non vuol dire proprio niente. E poi mi è sempre sembrato presuntuoso voler quantificare l’intelligenza di una persona attraverso un quiz. Ma tant’è. Io, poi, nemmeno volevo farlo questo concorso. Ma il giornalismo alle prime armi regala davvero poche soddisfazioni (non solo di tipo economico) ed è per questo che ho deciso di tentare.


In fondo, se passassi, potrei sempre lavorare in ufficio fino alle 4 pomeridiane e dedicarmi a miei articoli nel tempo libero. Ne sei sicuro? Non ricordi quel racconto letto qualche tempo fa? Parlava di un ragazzo con ambizioni letterarie che, spinto dalla necessità, sceglie di entrare in banca nella speranza di conciliare il lavoro quotidiano con le sue aspirazioni segrete ma alla fine è costretto a rinunciare e ad accettare la condizione di impiegato come unico orizzonte della propria vita. Com’è che si chiamava? Non ti sovviene il titolo ma solo il nome dell’autore, un certo Pontiggia…
Vabbè. Eccoci qui, dicevo, noi sopravvissuti alla prima “scrematura”, pronti ad affrontare l’ultima prova, il cosiddetto assessment di gruppo. Quelli del sindacato hanno tenuto persino un corso preparatorio e lì ci hanno spiegato di cosa si tratta: è una selezione che consiste nel proporre ai candidati un caso, appositamente elaborato, da gestire e risolvere in gruppo. Quelli del sindacato ci hanno anche dato un paio di raccomandazioni pratiche: non dite che siete lì solo perché avete bisogno di un lavoro, perché altrimenti penseranno che siete dei disperati e per voi un posto vale l’altro, mentre qui siete in lizza per un posto in banca, che diamine. Ma non dite nemmeno che avete sempre sognato di diventare dei bancari, perché tanto non ci crede nessuno. Ci hanno spiegato che ad essere giudicata non sarà la nostra preparazione teorica o la nostra abilità nel trovare una soluzione a dei problemi bensì le “strategie di pensiero e di azione” che utilizzeremo e che sarà valutata soprattutto la nostra capacità di “rispettare e valorizzare gli apporti di tutti i membri del gruppo al fine di connetterli”.
Dopo aver espletato tutte le formalità possiamo iniziare. Siamo una quindicina e altrettanti sono gli esaminatori. Siamo disposti in circolo e ci osservano prendendo fiumi di appunti, non smettendo mai di scrivere. Immagino che soppesino ogni nostra parola, scrutino ogni nostro comportamento, valutino ogni minimo dettaglio, anche le inflessioni della voce. La discussione è surreale e inconcludente: ognuno tenta di mettersi in mostra come può, facendo finta di ascoltare gli altri.
Quando tutto finisce nessuno ha una vaga idea di come sia andato. Personalmente, non saprei dire quali variabili siano state ritenute significative per la posizione che teoricamente dovremmo ricoprire. A dire il vero mi chiedo anche come si possa capire, basandosi solo sull’osservazione di una discussione di gruppo piuttosto astratta, quali sono i punti critici e i punti di forza di ciascuno, senza che questi vengano peraltro approfonditi in colloqui individuali.
Che io lo sappia o meno, naturalmente, non fa nessuna differenza. L’alienazione, alla faccia di Marx dato per morto e sepolto, inizia ancor prima del lavoro vivo, è incorporata già nelle fasi di selezione del personale. Non ti dicono quello che andrai a fare o in base a quali criteri verrai giudicato idoneo; si limitano a testare la tua compatibilità con la nuova dimensione del lavoro, nella quale le conoscenze informali valgono tanto quanto quelle formali (se non di più) e in cui a diventare centrali sono fattori quali l’immaginazione, le inclinazioni etiche, la mentalità, i “giochi linguistici”. I teorici della postmodernità l’hanno definita dimensione linguistico-comunicativa del lavoro. E’ il lavoro come interazione, il lavoro post-fordista, il lavoro su cui non si può costruire più alcuna vera identità, perché tanto quella uno se la costruisce altrove, come e dove vuole lui: su internet, per esempio, o in altri (non) luoghi meno virtuali. Non si è ciò che si fa. Non più. Ma allora cos’è che resta?








* Giornalista Precario

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