lunedì 27 settembre 2010

L'erogazione del credito, un tormentone!!!

* di Egidio Pezzuto

Che ci troviamo di fronte ad una crisi economica pesantissima, ormai non lo nega più nessuno. Ognuno imputa l’aggravarsi degli effetti della crisi a fattori diversi a seconda delle simpatie politiche, di ceto, o di categoria di riferimento, oppure con termini più vetusti a seconda della classe di appartenenza.
La maggior parte delle persone, dai politici ai padroncini delle piccole e medie imprese, dagli industriali all’uomo della strada, indicano tra le cause che rendono più difficile uscire dal tunnel della crisi il rapporto con le banche e la difficoltà di avere credito.
È indubbio che con l’applicazione della normativa di Basilea 2, normativa europea che indica i criteri che le banche devono seguire nell’erogazione del credito per limitare i rischi sistemici, le aziende hanno maggiori difficoltà nell’accesso al credito.
Al contrario le famiglie nel credito al consumo sono favorite da un percorso più veloce essendo limitati gli importi in campo e meno aleatorie le garanzie.
D’altro canto va sottolineato che nel fruire del sostegno delle aziende di credito hanno meno difficoltà le imprese con solidità patrimoniali rispetto a chi versa in difficoltà economiche o di liquidità. In una sorta di darwinismo sociale la specie garantisce e supporta l’elemento più forte.
Altro argomento che ricorre in interventi di rappresentanti di categorie imprenditoriali, ma anche di politici e di sindacalisti è che poiché la maggior parte degli istituti di credito che operano in Abruzzo hanno i centri decisionali fuori regione i soldi degli abruzzesi, la raccolta, incentiverebbero l’economia di altri territori a scapito del nostro.
Questo secondo argomento, che ha qualche venatura leghista, è facilmente confutabile attingendo ai dati periodici della Banca d’Italia da dove si può vedere come il rapporto tra raccolta ed impieghi sul territorio è chiaramente a favore dei grandi gruppi nazionali.
Ma a me interessa in questo articolo approfondire il tema delle difficoltà di accesso al credito o per meglio dire, scrivere della funzione sociale delle banche.
Nel precedente ordinamento, Legge Bancaria del 1936, le aziende di credito erano diversificate sia per dimensione che per bacini di riferimento, vi erano le banche di interesse nazionale, fortemente partecipate dallo Stato, le popolari con chiaro riferimento ai propri azionisti così come analogamente operavano la casse di risparmio e le casse rurali ed artigiane con attenzione particolare al territorio.
Con la nuova Legge bancaria del 1993 tutte queste distinzioni sono state azzerate e si parla genericamente di banche ad esclusione delle banche di credito cooperativo che mantengono un riferimento con il territorio, ma che tuttavia possono ben poco di fronte all’acutezza della crisi.
In più nell’articolo 10 dell’ultima legge bancaria, si afferma chiaramente il carattere di impresa delle aziende di credito che quindi operano nel settore dell’intermediazione finanziaria con gli stessi vincoli di qualsiasi impresa che agisce in altri settori (alimentari, servizi e quant’altro).
Gli unici paletti imposti dalla normativa all’operatività degli istituti di credito sono quelli del art. 41 della Costituzione, ma sappiamo benissimo di come ne tengano conto le imprese.
Dovere delle aziende di credito nella situazione data, di libero mercato, è quindi di essere prudenti nell’erogazione del credito per una questione di stabilità aziendale e per perseguire profitto per l’azienda e quindi per gli azionisti.
Ma il nocciolo della questione non sta nell’implorare il sistema bancario per un sostegno all’economia, ma analizzare perché ci troviamo di fronte a questa situazione e quindi trovare adeguati rimedi.
Tra il 1936, vecchia legge bancaria . ed il 1993 attuale norma, lo Stato ha dismesso ormai ogni partecipazione bancaria, gli enti locali che attraverso le fondazioni controllavano casse di risparmio sono state esautorate dalla proprietà, e di conseguenza così come ogni altra azienda le banche operano in completa competizione nazionale ed internazionale per aumentare quote di mercato e quindi profitti.
Non si può a mio parere applaudire da destra e da sinistra alle privatizzazioni e poi lamentarsi delle conseguenze che tali azioni hanno sul corpo vivo dei cittadini.
Semplificando: chiedere alle aziende di credito il sostegno all’economia è come chiedere al fruttivendolo di abbassare i prezzi perché i pensionati non hanno sufficienti risorse.
Altro sarebbe adoperarsi con normative nazionali, regionali e comunali per creare una rete collaborativa tra banche e aziende dei vari settori manufatturieri incentivando e facilitando l’erogazione del credito per i settori identificati come strategici.
Ma per fare questo sarebbe necessario avere un’analisi corretta della crisi ed un progetto per il cambiamento strutturale del nostro Paese ed in particolare del nostro territorio.
E questo manca sicuramente alle parti in causa, manca ai politici, manca ai partiti, ma, e di questo me ne dolgo profondamente, manca anche alla CGIL che su questo terreno spesso ripete slogan simili a quelli padronali.
Molti potranno obiettare: ma allora perché gli stati si sono svenati per salvare le banche ?
Questo è sicuramente una fondata obiezione che mi riservo di trattare in un prossimo articolo.


Egidio Pezzuto
Fisac CGIL

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